L’intelligenza artificiale sta entrando sempre più rapidamente nei processi aziendali. E non solo attraverso strumenti generalisti come ChatGPT, Gemini o Claude.
Un esempio interessante arriva da Cato, startup italiana fondata da Andrea Zorzetto e Matteo Bossolini, che ha sviluppato una piattaforma di intelligenza artificiale pensata per semplificare la partecipazione delle imprese alle gare d’appalto pubbliche.
A pochi mesi dall’avvio, la società ha annunciato un nuovo aumento di capitale da 6 milioni di euro, attirando anche l’interesse di investitori internazionali.
La notizia è rilevante non soltanto per il mondo startup. Racconta bene una trasformazione che riguarda sempre più da vicino aziende e professionisti: l’AI sta passando dall’essere uno strumento da sperimentare a diventare una tecnologia da integrare nei processi quotidiani.
Dal bando alla documentazione: quando l’AI entra davvero nel processo di lavoro
Partecipare a una gara d’appalto può richiedere molte attività: individuare le opportunità rilevanti, leggere documenti spesso complessi, verificare requisiti, preparare la documentazione amministrativa e tecnica e rispettare scadenze precise.
Cato utilizza l’intelligenza artificiale proprio per intervenire su questi passaggi.
La piattaforma monitora migliaia di fonti legate al procurement pubblico e seleziona le gare potenzialmente più interessanti per ogni azienda. L’AI può poi leggere i documenti, estrarre requisiti e criteri, verificare la compatibilità dell’impresa e supportare la preparazione della documentazione.
Può inoltre automatizzare una parte delle attività ripetitive, come la precompilazione dei documenti amministrativi, e utilizzare lo storico delle gare per analizzare risultati e competitor.
Un aspetto importante, però, rimane: la decisione finale resta all’azienda. L’AI può accelerare la ricerca, l’analisi e la preparazione, ma il controllo sulla partecipazione e sull’invio della documentazione rimane umano.
Ed è probabilmente proprio qui che si trova una delle lezioni più interessanti del caso Cato.
Il valore dell’AI non sta nello strumento, ma nel processo che riesce a migliorare
Quando si parla di intelligenza artificiale, la conversazione tende ancora a concentrarsi sugli strumenti.
“Quale AI dovremmo usare?”
“Meglio ChatGPT o Gemini?”
“Qual è il modello più potente?”
Sono domande legittime, ma spesso arrivano troppo presto.
Prima dello strumento dovrebbe esserci il processo.
Cato non parte dalla domanda “come possiamo usare l’intelligenza artificiale?”, ma da un problema estremamente concreto: come ridurre il tempo e la complessità necessari per partecipare alle gare pubbliche?
Lo stesso ragionamento può essere applicato a moltissime altre attività.
Un’azienda potrebbe utilizzare l’AI per analizzare documenti, classificare richieste, aggiornare il CRM, preparare report, sintetizzare riunioni, gestire follow-up commerciali o supportare il customer service.
Un professionista potrebbe invece utilizzarla per organizzare informazioni, velocizzare la ricerca, produrre prime bozze, analizzare dati o automatizzare attività amministrative ripetitive.
La domanda utile diventa quindi:
quali attività oggi assorbono tempo senza richiedere necessariamente che ogni singolo passaggio venga svolto manualmente?
È da lì che dovrebbe iniziare un progetto di adozione dell’intelligenza artificiale.
Integrare l’AI oggi significa costruire un vantaggio operativo
Non tutte le attività devono essere automatizzate e non tutti i processi sono adatti all’intelligenza artificiale.
Ma ignorare completamente queste tecnologie può diventare progressivamente un limite.
Se due aziende devono svolgere lo stesso processo e una delle due riesce a ridurre attività manuali, velocizzare l’analisi delle informazioni e liberare tempo delle proprie persone, quella differenza può trasformarsi in un vantaggio competitivo.
Non necessariamente perché avrà meno persone.
Potrebbe semplicemente permettere alle stesse persone di dedicare più tempo alle attività in cui il contributo umano genera maggiore valore: strategia, relazione con il cliente, negoziazione, creatività e decisione.
Ed è questo il passaggio che casi come quello di Cato rendono particolarmente evidente.
La vera trasformazione dell’intelligenza artificiale nelle aziende non sarà avere un chatbot aperto sul computer.
Sarà riuscire a integrare l’AI nei processi di lavoro, scegliendo dove può ridurre tempi e complessità e dove, invece, il controllo umano deve restare centrale.
Per aziende e professionisti, quindi, il punto di partenza non dovrebbe essere scegliere l’AI più famosa.
Dovrebbe essere osservare come si lavora oggi e chiedersi:
dove potremmo lavorare meglio domani?
Se vuoi capire come integrare concretamente l’intelligenza artificiale nei processi della tua azienda o della tua attività professionale, contattaci per richiedere maggiori informazioni e valutare insieme da dove partire.


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